Errata corrige.

8 Gen

Chiedo scusa ai lettori del mio blog, ma i link che collegano alle pagine di alcuni articoli pubblicati dalla casa editrice Leconte non funzionano più non per mia volontà, ma semplicemente perché credo che la suddetta casa editrice sia fallita. Me ne scuso con i lettori e con la redazione del sito web altitudini.it .

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Paesaggio tra le rovine.

30 Dic

Questa storia
partecipa al Blogger Contest.2018

 

È il compleanno di un amico. Vogliamo festeggiare in una maniera insolita. Niente regali, per oggi. Decidiamo di andare a fare un giro per le campagne sperdute all’interno di un paese. Questi posti non li abbiamo mai visti prima. Girando e rigirando scopriamo le vestigia di quello che sembra essere un templio greco. È incredibile quanta bellezza si nasconda per le strade meno battute!

Siamo tutti molto felici. Ne abbiamo ben donde! Il più grande tra di noi ha appena ventun anni.

Siamo un gruppo abbastanza unito ed affiatato, davvero una bella combriccola.

Sono anni stupendi passati con amici a bere ed ubriacarsi fino a tardi. È sempre una festa. Questo momento durerà ancora per molto?

Poco tempo fa sono scappato da casa. Con gli amici va abbastanza bene. Evidentemente non posso dire lo stesso del rapporto coi miei genitori. Eppure, non credo che la colpa dei dissapori con i miei sia esclusivamente loro. Tengo un diario in cui annoto ogni singolo evento delle mie giornate. Poi, alle volte, mi rendo conto di esserci andato giù pesante e copro quello che ho scritto con degli adesivi. Non sia mai che i miei vengano a scoprire ciò che penso e dico di loro! Forse sto solo cercando me stesso…

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Il poeta tra le rovine del tempio.

E, a proposito, fare delle scampagnate fuori porta mi sembra un buon modo per trovare la mia “via”.

Ritorno a passeggiare tra le rovine che abbiamo appena scoperto, io e i miei amici. Che armonia che trasuda da questi spazi. Tutto è perfetto in questo momento. Non sento alcuna tensione. Mi immergo nella natura dionisiaca del paesaggio. Non penso più a niente. Adesso siamo solo io e gli amici tra le rovine di questi antichi templi. Cosa facevano qui i nostri progenitori della magna Grecia. Officiavano le loro messe pagane? Facevano, chissà, i propri sacrifici rituali? Ci sbizzarriamo nelle ipotesi più svariate cercando di indovinare a cosa potessero servire questi templi quando ancora erano intatti. Nonostante siamo ancora dei ventenni, abbiamo molta cura degli spazi che abbiamo furtivamente occupato. Ci muoviamo in religioso silenzio, è proprio il caso di dire. Dobbiamo comunque avere una qualche testimonianza della nostra scoperta. Abbiamo con noi una video camera. Subito ci mettiamo sotto a fare delle riprese. Sarebbe un delitto aver trovato un posto così bello, e non avere con noi la seppur minima prova della sua esistenza. E poi chissà, potrebbe essere abbattuto da qualcuno che ha degli interessi su quel territorio. A questo, una volta in possesso delle immagini, potremmo opporre una strenua resistenza. Posti così belli devono far parte del patrimonio artistico e culturale della nostra terra. Dovrebbero essere protetti non solo dalle incurie, ma anche, evidentemente, dai malintenzionati. Io e Giacomo organizziamo le riprese. Cerchiamo di allestire quella che sembrerebbe essere una sorta di piccola scenografia. “Amici, romani, concittadini, sono qui per seppellire Cesare, non per onorarlo”, mi diverto a declamare gigioneggiando come il vecchio Marlon. Ormai siamo tutti entrati nella parte. Ci stiamo allenando a provare le scene che abbiamo inventato seduta stante. Allestiremo una sorta di dialogo tra le divinità dell’Olimpo. Per ora non vogliamo fare conoscere ad altri il “nostro” posto. Per cui dovremo arrangiarci e fare una selezione degli “dei”. Siamo in quattro e, com’è ben noto, le divinità principali dell’Ellade erano 12. Non abbiamo di certo un budget hollywodiano. E non abbiamo neppure tutte le maestranze che, negli Studios, lavorano alla perfetta realizzazione di un blockbuster. Faremo a sorte tra le “vere” divinità, per vedere chi avrà la fortuna di vedersi interpretato dall’allegra brigata di ventenni di cui sopra! Io scelgo per me la parte di Apollo. Mia cugina sarà Era, la madre di tutti gli Dei. Hermes sarà lo stesso Giacomo. E per un motivo ben preciso. In passato gli è capitato di fare il latore di messaggi d’amore tra vari amici. Daniela, che si è sempre dimostrata la più saggia tra tutti noi, non può che essere Atena.

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Il poeta in compagnia di Giacomo.

Giacomo va in “scena” e pronuncia le fatidiche parole:

“O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.”

Atena entra in scena in lacrime…

Era dice queste poche, semplici parole: “ogni volta che due persone si amano non lo fanno mai allo stesso modo… C’è sempre una persona più forte e una più debole. E la persona più debole è quella che ama senza calcolo, senza remore.”

Apollo ha un aspetto piuttosto malconcio. La sua è un’”assenza” più che un intervento sul palco.

Gli attori scompaiono dietro le “quinte”. Sulla scena adesso appare un efebo malinconico, che reca con sé una didascalia:

“La primavera va via

E con lei se ne parte il meglio della vita mia”.

Cala il sipario.

Questo spettacolo è stato gentilmente sponsorizzato ed offerto dalla azienda di promozione turistica della regione Puglia.

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Il poeta è con sua cugina ed un’altra amica.

Elizabeth Strout. Olive Kitteridge

28 Apr

Elizabeth Strout descrive situazioni di vita comuni. I suoi personaggi sono professori, infermiere, commessi, cameriere. La gente che si incontra per strada tutti i giorni. La Strout sceglie, si potrebbe intendere, la via dell’understatement per dar vita alle sue costruzioni narrative. Si prendano ad esempio le storie di Concerto d’inverno e La pianista.

Concerto d’inverno si apre con una giovane cameriera che fa lo sconto anziani (senza che le sia stato chiesto) a una coppia ormai in là con gli anni. In poche righe Elizabeth Strout lascia presagire come anche quella cameriera, ora nel fiore degli anni, vedrà su se stessa quei sintomi d’invecchiamento che ora vede negli altri. La coppia di ultrasettantenni, all’apparenza serena, farà i conti con la realtà attraverso un incontro fortuito.

La pianista descrive la malinconica esistenza di Angie O’Meara che, pur avendo avuto delle ottime qualità artistiche, ha probabilmente sprecato il suo talento restando impigliata nella vita di provincia. Anche qui, come in quasi tutti gli altri racconti della raccolta, la Strout “usa” la lente d’ingrandimento rappresentata da Olive Kitteridge (insegnante di matematica in pensione che dà il titolo alla raccolta) per descrivere i segni spietati che il tempo lascia sugli uomini e le donne di Crosby, piccolo paese del Maine affacciato sull’Atlantico. Il colpo di scena finale vi lascerà di stucco.

Tra i premi che ha vinto Elizabeth Strout con questo “romanzo in racconti” ci sono, oltre al Pulitzer 2009, il Premio Bancarella 2010 e il Premio Mondello 2012. Abbiamo volutamente circoscritto questa nostra recensione ai due racconti che sono stati ritenuti i migliori dell’intera raccolta, lasciando a voi il piacere di leggere e di scoprire anche gli altri.

 

Salento: c’erano una volta i centri sociali.

24 Gen

Un mio articolo che ha suscitato notevoli polemiche nell’ambiente underground salentino.

http://www.storie.it/numero/gli-assenti/salento-cerano-una-volta-i-centri-sociali/

 

C’è solo la strada… Louis-Ferdinand Céline. Viaggio al termine della notte.

20 Gen

Nelle case non c’è niente di buono
appena una porta si chiude dietro a un uomo
quell’uomo è pesante e passa di moda sul posto
incomincia a marcire, a puzzare molto presto.
Nelle case non c’è niente di buono
c’è tutto che puzza di chiuso e di cesso:
si fa il bagno, ci si lava i denti
ma puzziamo lo stesso.
Amore ti lascio, ti lascio.

C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.

C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
e gli angeli non danno appuntamenti
e anche nelle case più spaziose
non c’è spazio per verifiche e confronti.

Laura, ti amo.
Laura, ho bisogno di te.
Con te io ritrovo la strada, le piazze, i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati qualche anno fa con la cravatta. Sono molto cambiati, sono molto più belli. Le idee, sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi e il modo di vestire. Gli esseri meno. Gli esseri non sono molto cambiati. Vanno ancora nelle aule di scuola a brucare un po’ di medicina, fettine di chimica, pezzetti di urbanistica con inserti di ecologia, a ore pressappoco regolari. Ed esiste ancora il bar, tra un intervallo e l’altro. E poi l’amore, per fabbricarsi una felicità. Come noi ora. Una coppia, e ancora tante coppie.

E poi ancora una porta, ancora una casa
ma siamo convinti che sia un’altra cosa
Perché abbiamo esperienze diverse
non può finir male
perché abbiamo una chiave moderna
abbiamo una Yale
perché è tutto un rapporto diverso
che è molto più avanti
ma c’è sempre una casa, con altre aspirine e calmanti
e di nuovo mi trovo a marcire
in un’altra famiglia, la nostra, la mia
abbracciarla guardando la porta
e la mia poesia.
Amore, ti lascio, vado via.

C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta, dal dolore, dalle bombe.

Lidia, ti amo.
Lidia, ho bisogno di te… ma, per favore, in un hotel meublé.

Perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.

C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta, dal dolore, dalle bombe.

…Perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta, dal dolore, dalle bombe.

Benedizione. Di Charles Baudelaire.

19 Gen
Allorché, per decreto delle potenze supreme, il Poeta appare in questo mondo attediato, sua madre impaurita e carica di maledizioni stringe i pugni verso Dio che l’accoglie pietoso:
– “Ah, perché non ho partorito un groviglio di vipere piuttosto che nutrirmi in seno questa cosa derisoria? Maledetta sia la notte d’effimeri piaceri in cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione!Poi che m’hai scelta fra tutte le donne perché divenissi disgustosa al mio triste marito, non potendo rigettare nelle fiamme come un biglietto amoroso questo mostro intristito,

farò ricadere il tuo odio che m’opprime sul maledetto strumento della tua cattiveria e torcerò talmente quest’albero miserabile che esso non potrà innalzare i suoi germogli impestati.”

Inghiotte così la schiuma del suo odio e, ignara degli eterni disegni, prepara essa stessa in fondo alla Geenna i roghi consacrati ai delitti materni.

Tuttavia, assistito da un Angelo invisibile, il figlio ripudiato s’inebria di sole, e in tutto quel che beve e che mangia trova ambrosia e nettare vermiglio.

Gioca col vento, discorre con la nuvola, s’ubbriaca, cantando, del Calvario; e lo Spirito che lo segue nel suo pellegrinaggio, piange al vederlo gaio come uccello di bosco.

Tutti coloro che egli vuole amare l’osservano intimoriti o, rassicurati dalla sua tranquillità, fanno a gara a chi gli caverà un sospiro, sperimentando su di lui la propria ferocia.

Mescolano al pane e al vino destinati alla sua bocca cenere e sputi impuri; con ipocrisia buttano quanto egli tocca, s’incolpano d’aver posto il piede sulle sue orme.

Sua moglie va gridando per le piazze: – “Poi che mi trova tanto bella da adorarmi, farò come gli idoli antichi, come essi vorrò che egli m’indori, e m’indori ancora;

m’ubriacherò di nardo, di incenso e di mirra, di genuflessioni, di carne e di vino, per sapere se io possa, in un cuore che m’ammira, usurpare, ridendo, gli omaggi destinati alla divinità.

E, stanca di queste farse empie, poserò su di lui la mia forte e fragile mano; le mie unghie, come quelle delle arpie, sapranno farsi strada sino in fondo al suo cuore.

Simile ad un uccellino che palpita e che trema gli strapperò il rosso cuore dal petto e lo butterò, sprezzante, al mio animale favorito perché se ne sazi.”

Verso il cielo, ove il suo occhio mira uno splendido trono, il Poeta sereno leva le pie braccia, e i grandi lampi del suo spirito lucido gli precludono la vista dei popoli inferociti:

– “Sii benedetto, mio Dio, che concedi la sofferenza come un rimedio divino alle nostre vergogne e come l’essenza più pura ed efficace per preparare i forti a sante voluttà.

So che tu tieni un posto al Poeta nelle file beate delle tue Legioni, e che tu l’inviti all’eterna festa di Troni, Virtù e Dominazioni.

So che il dolore è la sola nobiltà cui mai potranno mordere e terra e inferno; e che per intrecciare la mia mistica corona si dovranno tassare tutti i tempi e tutti gli universi.

Ma i gioielli perduti dell’antica Palmira, i metalli ignoti, le perle del mare, montati dalla tua mano, non basterebbero al bel diadema, chiaro, abbagliante;

esso sarà pura luce attinta al focolare santo dei raggi primigeni, di cui gli occhi mortali, al massimo del loro splendore, non sono che specchi oscuri e lagrimosi.

Me and my alter ego

14 Mar
Stakanov's Blog

"E' camminando che si fa il cammino." Antonio Machado.

Testi pensanti

Gli uomini sono nani che camminano sulle spalle dei giganti. E dunque, è giusto citare i giganti.